Il pessimo affare della baby sitter “in nero”

Il pessimo affare della baby sitter “in nero”

Il pessimo affare della baby sitter “in nero”

Quante volte abbiamo sentito ripetere: “la tengo in nero, così risparmio”?

Ebbene, siamo sicuri che la baby sitter “in nero” convenga così tanto?

Facciamo i conti: il costo mensile di una baby sitter regolarmente assunta per 30 ore settimanali si aggira intorno a € 970, di cui € 850 ca. di retribuzione ed € 120 di contributi, in gran parte a carico del datore di lavoro.

Il costo orario di una baby sitter “in nero” non è inferiore a € 8 per cui, se si calcola un utilizzo medio di 2 ore giornaliere, per 5 giorni alla settimana, il calcolo è presto fatto:  una baby sitter “in nero” ci costerà non meno di € 320 mensili a fronte di € 323 ca., che è il costo di una dipendente regolarmente assunta.

Se a ciò si aggiunge che il lavoro “in nero” comporta una completa mancanza di tutela in capo alla lavoratrice e alla famiglia, è evidente che il gioco non vale proprio la candela.

E, infatti: l’assunzione comporta l’obbligo di assicurazione sugli infortuni per cui, in caso di sinistro sul luogo e in orario di lavoro, la dipendente sarà indennizzata dall’INAIL (con esclusione dei casi di infortunio guaribile in tre giorni per cui non vi è obbligo di denuncia e la prestazione è interamente a carico del datore di lavoro).

Per cui, salvo che l’infortunio non sia dovuto a colpa del datore di lavoro, questi potrà scongiurare il rischio di una richiesta di risarcimento danni.

È evidente, infatti, che il datore di lavoro che non abbia regolarizzato la posizione della collaboratrice, difficilmente vorrà rischiare un accertamento giudiziale per cui, con ogni probabilità, la vicenda si chiuderà con un accordo economico.

Con la regolarizzazione del rapporto, il datore di lavoro eviterà, infine, qualsiasi sanzione derivante da un eventuale accertamento da parte degli organi ispettivi INPS e della Direzione Territoriale del Lavoro.

Ad onor del vero, bisogna dire che un accertamento “spontaneo” da  parte dei predetti organi è piuttosto improbabile. Molto più frequente è l’ipotesi che alla fine di una relazione lavorativa, in cui “c’eravamo tanto amati”, la lavoratrice rivendichi, comunque legittimamente (necessariamente entro cinque anni dalla cessazione del rapporto), il diritto al pagamento delle differenze retributive che le sarebbero spettate in caso di regolare assunzione (ferie non godute, 13ma mensilità, TFR, etc…).

È chiaro che l’assunzione non tutela comunque la famiglia dalle conseguenze di un  evento dannoso occorso al bambino durante il tempo trascorso con la baby sitter. Non si può tacere sul fatto che, però, la regolarizzazione lavorativa, per poche o molte ore che siano, contribuisce alla creazione di un clima di fiducia e affidamento reciproco di gran lunga maggiore di quanto possa accadere nell’ambito di un rapporto precario e irregolare.

E questo non è un elemento di scarso rilievo.

Per concludere, segnaliamo che a Bologna esiste un programma (ancora poco noto) che prova a conciliare esigenze di risparmio e sicurezza in tema di collaborazioni familiari.

Il progetto Tatasystem consente alle famiglie di assumere baby sitter appositamente formate dal Comune o da associazioni convenzionate, ottenendo un parziale rimborso del costo dell’assunzione. Provare per credere.

Avvocato Caterina Burgisano

Sono avvocato specializzato in diritto del lavoro e diritto antidiscriminatorio. Vivo con la mia famiglia a Bologna, dove ho studiato e dove mi sono stabilita dopo l’Università. A Bologna sono nati i miei figli. A Bologna devo tutto. E per Bologna e le sue famiglie scrivo, per diffondere e condividere informazioni. Per il bene comune.

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