Il cibo non consumato a scuola dai bambini a volte supera il 70%. Come invertire la tendenza?

Il cibo non consumato a scuola dai bambini a volte supera il 70%. Come invertire la tendenza?

Il cibo non consumato a scuola dai bambini a volte supera il 70%. Come invertire la tendenza?

I dati sullo spreco nella ristorazione scolastica sono inquietanti. La quantità di cibo che finisce nella spazzatura oscilla dal 40 al 60%. La stima è estrapolata dalle poche ricerche condotte sul campo che evidenziano le numerose criticità ma anche un sistema troppo complesso.
Il problema esiste e riguarda tutte le scuole perché spesso l’eccessivo spreco non è da collegare al cuoco o alla qualità della materia prima, ma a tanti piccole criticità che alla fine contribuiscono a aumentare in modo esagerato il cibo che rimane nel piatto.
La situazione si presenta ovunque molto complessa e per riuscire a modificare i comportamenti alimentari sbagliati dei bambini, riducendo gli sprechi, bisogna partire da alcuni concetti fondamentali, senza strumentalizzare i progetti di educazione alimentare. Questi interventi sono interessanti e danno ottimi risultati, ma essendo destinati a un ristretto numero di studenti hanno un’incidenza ridotta e quasi ininfluente rispetto al numero complessivo dei bambini. L’altro fattore da tenere presente è che per un insegnante è praticamente impossibile fare educazione alimentare ai 28 allievi delle classe mentre mangiano, tranne quando è in corso un progetto specifico sul cibo. L’ultimo elemento da considerare è che a scuola si consumano 5 pasti alla settimana. Si tratta di una quota parziale rispetto ai 30-35 momenti di consumo settimanali e la refezione scolastica non può quindi essere l’unico strumento in grado di dare una linea nutrizionale corretta, anche perché i bambini tendono a prediligere e a seguire le abitudini gastronomiche di casa
Questo interessante articolo ci spiega quali sono gli elementi su cui focalizzare l’attenzione per valutare come ridurre lo spreco.
1) I piatti che piacciono ai bambini sono sempre i soliti (pasta bianca, spaghetti al sugo, ravioli in brodo, pizza, pesce fritto, mozzarella, prosciutto cotto…) per questo bisogna farli ruotare con criterio, rinunciando a ricette fantasiose destinate a fare accrescere lo spreco a dismisura.

2)Occorre dare la possibilità di scegliere un piatto alternativo (per esempio una pasta in bianco come primo piatto), strutturando nelle scuole una sorta di self-service.

3)Bisogna anticipare la distribuzione della frutta o del dessert previsto nel pasto delle 12:00 alle 10:30 del mattino oppure posticiparlo al pomeriggio come merenda alle 16:00.

4)Rispetto dei valori nutrizionali indicati dai Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti (Larn), che rappresentano il riferimento nella ristorazione scolastica. Spiega Corrado Giannone il coordinatore di un’indagine Ul – Conal (società internazionale di consulenza e analisi agro-alimentare) che “per alcuni piatti come lo spezzatino di manzo le porzioni da 40 g previste dalle tabelle suscitano lamentele da parte dei genitori che pagano 5 euro a pasto. Analoghi problemi si presentano per altri piatti». Per contro se si butta via così tanto cibo la logica vorrebbe una riduzione delle porzioni. Questa contraddizione rappresenta un altro punto critico, perché molti genitori quando vedono razioni calibrate, ma ridotte, per i loro figli, si lamentano. Che fare?

Per ridurre gli sprechi occorre in ogni caso un’alleanza strategica tra la scuola, i pediatri (gli unici medici ascoltati da mamme e papà). Il medico ha il compito preciso di mettere a dieta il bambino spiegando ai genitori i seri rischi collegati al sovrappeso. Anche in questo caso però c’è un risvolto critico perché i pediatri non sempre sono così disponibili a collaborare. Negli ultimi anni il problema a fronte dell’incremento delle allergie e delle intolleranze alimentari, troppi pediatri un po’ troppo disinvolti hanno certificano la necessita di diete particolari che complicavano non poco la gestione dei pasti nelle scuole. «Da quando abbiamo richiesto ai genitori di allegare alla richiesta del pediatra la certificazione di uno specialista (allergologo, endocrinologo…) – spiega un responsabile di un plesso scolastico – le richieste di diete speciali si sono ridotte del 15%”»

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