Baby blues

Baby blues

Quando ero bambina c’era un gioco che divertiva gli adulti, raccontato anche da Ettore Scola nel film “La Famiglia”. Il gioco funzionava così: immaginiamo in una stanza uno o più adulti e un bambino che chiameremo Roberto. Si cominciava con “Roberto…. Roberto dove sei?  Ma dov’è andato Roberto?” e Roberto rideva e diceva “Sono qui” ma poi il gioco andava per le lunghe e lui cominciava a impaurirsi, a gridare “Non mi vedi? Sono qui!”. A volte il gioco si chiudeva prima di sfociare nel dramma, con un “Ah…. eccoti Roberto, non ti vedevo!” ma altre volte si perdeva di vista la capacità di sopportazione del bambino e il gioco crudele continuava, finché il povero Roberto scoppiava in lacrime. Allora gli adulti lo consolavano, magari canzonandolo un po’.

Tante volte succede che le neomamme che accogliamo al Melograno ci portano un vissuto di invisibilità. Durante la gravidanza erano al centro dell’attenzione di compagno, parenti e medici, e poi è cambiato tutto,  a volte fin dall’ingresso in sala parto. Sballottate da sbalzi ormonali, raccontano di avere la sensazione di vivere in un universo a parte, come se fossero uscite dalla collettività, esiliate, parlanti una lingua che gli altri improvvisamente non capiscono più.

Da loro ci si aspetta che siano efficienti e felici, e risulta davvero difficile esprimere tristezza, o ansia, o senso di inadeguatezza, come se questi sentimenti fossero colpe.

Chi ha visto “Tutto parla di te” di Alina Marazzi, ricorderà i racconti di tante donne che sfatano i luoghi comuni che ci ammorbano, dalla mamma perfetta intrisa di istinto materno, alla famigliola del Mulino Bianco.

No, non è necessario pensare sempre alla temuta “depressione post-parto”, Donald Winnicot ha definito questo stato d’animo “baby blues”, bello no….?

E no, non è una novità del mondo moderno. Ogni epoca ha avuto i suoi silenzi, e quello delle donne ha attraversato molti secoli.

Nel bel piccolo mondo antico c’erano codici molto precisi da rispettare, regole che la giovane sposa,  presto madre,  doveva seguire. Entrava nella sua nuova vita sapendo bene qual era il suo posto e non poteva fare le cose di testa sua. Mica che la suocera o la cognata si mettevano accanto a lei domandandole sollecite “tu come faresti cara….?”. Alle donne era richiesto di compiere virtuosamente la propria missione di madri, e non c’era spazio per desideri personali o sentimenti ambivalenti. Se lo sfinimento, le lacrime e i cattivi pensieri non cessavano in fretta, all’infelice poteva capitare di essere rinchiusa in manicomio.

Se poi la sventurata era rimasta incinta senza avere un uomo che l’avrebbe sposata…. vabbè lasciamo stare.

A newborn baby girl asleep showing her minute hand and fingers holding her daddy’s finger. Photo Tim Clayton (Photo by Tim Clayton/Corbis via Getty Images

Non si diventa madri semplicemente perché prima si è gravide e poi si partorisce, è una trasformazione, una maturazione del corpo e della mente, senza fiocchetti rosa e coniglietti di peluche. E’ un processo estremamente vitale, fatto di gioia, turbamenti, commozione, dolore, paura, smarrimenti, estasi. E la relazione con il neonato è intensa, inaspettata, carnale, e non concede tregua. Non si arriva mai preparate, specie in una società in cui la vista dei neonati non fa parte della normale quotidianità della maggior parte delle persone.

Prendiamoci cura delle neomamme che devono prendersi cura di un neonato, prendiamoci cura del loro corpo, impariamo ad ascoltarle, accogliamo le loro parole anche quando ci disturbano, entriamo in relazione, ridiamo insieme a loro. Chi ci è passata, provi a ricordare quanta fatica fisica comporta, provi a ricordare quanta capacità di abbandono a una trasformazione più grande del previsto è richiesta. Provi a ricordare l’improvvisa vulnerabilità del corpo, i turbamenti, la lacrima facile, il piacere di sentirsi coccolata ma non sovrastata.

Non bombardiamo le madri con consigli non richiesti e giudizi sommari. Solo accogliendo le madri sapremo davvero dare il benvenuto ai neonati che ci onorano della loro presenza, che ci mostrano la vulnerabilità e la straordinaria vitalità, nocciolo della nostra esistenza.

 

Marzia Bisognin

Operatrice della nascita iscritta al Registro del Melograno Nazionale, doula dalla fine degli anni Settanta, autrice e collaboratrice di diverse pubblicazioni sul tema della maternità. Presidente della sede di Bologna del Melograno, dove conduce i Percorsi di Accompagnamento alla Nascita e lo Sportello Allattamento. Componente del Comitato Scientifico del Melograno Nazionale e docente della Scuola dei 1000 Giorni.

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